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Le nuove tecnologie, i nuovi media, le tendenze del Web hanno inevitabilmente un’influenza (più o meno consistente a seconda dei casi) sull’ambiente culturale e sociale nel quale viviamo.
Second Life – sebbene ad oggi l’hype sia svanito – continua a riscuotere un notevole successo non solo come strumento video-ludico, ma anche in contesti educativi e formativi.

Al di là delle simulazioni 3D più note (simulatori di volo, business games, simulazioni per eserciti, VR training)esistono tutta una serie di corsi esplicitamente attivati sulla piattaforma di SL per una formazione dedicata a contesti aziendali.

I corsi che si tengono nei noti atenei virtuali (soprattutto ad opera delle università anglofone) presentano – come in tutte le situazioni – dei pro e dei contro: tra i punti positivi, possiamo sicuramente citare la maggiore comodità, la maggiore convenienza, l’ottimizzazione dei tempi e una maggiore interazione con la comunità di riferimento; d’altro canto se pensiamo ai lati negativi possiamo sicuramente considerare il grado (sicuramente maggiore rispetto a dinamiche tradizionali) di competenza di base richiesto, la difficoltà nel mantenere livelli attentivi e di concentrazione e la minore confidenza che alcuni possono avere con il mezzo utilizzato.

Muoversi in contesti del genere non è semplice: accanto a forti spinte spesso entusiastiche si affiancano resistenze più culturali che tecnologiche.

Penso personalmente che lo strumento migliore sia quello adatto al proprio contesto, agli attori coinvolti e – soprattutto – agli obiettivi che intendiamo raggiungere: quello che ci permette di integrare diverse idee e di raggiungere con maggiore efficacia (ed efficienza) il nostro scopo. Come già evidenziato parlando della formazione attraverso il gioco – la soluzione più utile potrebbe essere quella di adottare modalità blended.

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La teoria della traduzione è una branca delle disclipline umanistiche che si occupa dello studio sistematico ed interdisciplinare della teoria, della descrizione e dell’applicazione della traduzione, dell’interpretariato o di entrambe queste attività.

La teoria della traduzione può essere normativa (e prescrivere le regole per l’applicazione di queste attività) o descrittiva.

Come scienza interdisciplinare, la teoria della traduzione prende in prestito parecchio dai differenti campi di studi che sostengono la traduzione. Questi comprendono la letteratura comparata, l’informatica, la storia, la linguistica, la filologia, la filosofia, la semiotica, la terminologia, la lessicologia ecc.

Si noti che in italiano e in molte altre lingue ci si riferisce a questo insieme di teorie anche con il termine traduttologia. Questo uso è considerato erroneo da molti, in quanto si basa pedissequamente sul nome francese della disciplina, la traductologie

Problemi della traduzione

Idealmente un traduttore sceglie quelle strategie traduttive nella lingua d’arrivo che un madrelingua utilizzerebbe nella stessa situazione comunicativa.

Non sempre una parola nella lingua di partenza potrebbe essere sostituita 1:1 con una parola nella lingua di arrivo (come ad esempio per i colori o le cifre), spesso devono essere trasposte unità di senso più grandi come unicum (ad esempio proverbi, formule di cortesia, ecc.). La scelta dell’unità traduttiva corretta è quindi una delle tecniche a cui i traduttori si devono adeguare.

Due lingue si differenziano tuttavia anche a livello formale. Spesso nella lingua di partenza vi sono parole mancanti nella lingua di arrivo. E così in svedese non c’è nessun iperonimo per nonno, ma solo nonno materno (morfar) e nonno paterno (farfar). In francese e in inglese non c’è nessuna espressione per il tedesco Betriebsblindheit. Anche nella sintassi o nella preferenza di costruzioni con complementi di tempo o con sostantivi ci sono differenze. Quando il traduttore traspone le strutture della lingua di partenza in maniera determinata nella lingua di arrivo, la traduzione sembra in queste circostanze non idiomatica e formulaica. La formulazione inglese “it’s nice and warm” potrebbe essere tradotta nella forma poco italiana “è bello e caldo”. Al contrario, una forma idiomatica corretta potrebbe essere “c’è bel tempo”. Allo stesso tempo “to go and buy” si traduce con “andare a comprare” e non con “andare e comprare”. Questo dimostra che nella traduzione si devono considerare anche problemi di stilistica.

Questo è il primo principio: “Tradurre il più letteralmente possibile, ma tanto liberamente quanto necessario”.

Accanto alle differenze linguistiche devono essere considerati anche il tipo di testo, il fine e i destinatari della traduzione, poiché un saggio scientifico ha una diversa formulazione ed è più preciso rispetto ad una rubrica giornalistica.

Talvolta il principio secondo il quale la traduzione deve contenere un modo di esprimersi che utilizzerebbe un madrelingua può non essere realizzato, ad esempio con nomi propri e circostanze di fatto che non esistono nella lingua di arrivo. Inoltre ci si domanda se deve trapelare la cultura di partenza. Come traduco la ritmica e l’influenza di un testo? Un ulteriore interrogativo è come si maneggiano errori nel testo sorgente o unità di misura che non esistono nell’ambito della lingua di arrivo.

Così la traduzione tecnica si attiene in modo esemplificativo al principio della lingua madre e a quello del paese destinatario, mentre per la traduzione di romanzi di regola si preserva, per quanto possibile, lo sfondo culturale della lingua di partenza.

Uno dei maggiori apporti alla teoria della traduzione fu dato da Schleiermacher che, in particolare, introdusse concetti innovativi come quello di considerare la lingua considerata come “visione del mondo” del popolo che la parla: fondamentale per la comprensione del discorso non è l’oggetto specifico, ma il modo in cui il pensiero di un individuo si esprime in lingua.

Per comprendere la singola espressione è necessario conoscere il contesto totale: la parola deve essere inserita nella frase, la frase nel capitolo, questo nel volume e il volume nell’opera dell’autore. Per fare tutto ciò, tuttavia, è inevitabile partire dalla comprensione delle singole parti per poi arrivare al tutto.

Secondo quanto dice nello Über die Verschieden Methoden des Übersetzens, inoltre, sono solo due i cammini che il vero traduttore può intraprendere, o meglio, far intraprendere; è, quindi, al traduttore che rimane la scelta tra il lasciare lo scrittore il più tranquillo possibile e far sì che sia il lettore ad andargli incontro, o, al contrario, lasciare il lettore il più sereno possibile e far sì che sia lo scrittore a dirigersi verso il mondo linguistico di questi. Si tratta in sostanza dell’eterno dilemma del traduttore: dico ciò che l’autore ha detto, o dico quanto egli intendeva esprimere? Nel primo caso la traduzione è più o meno letterale ed il suo lettore deve interpretarne il senso, mentre nel secondo caso l’interpretazione è fatta dal traduttore ed il lettore del testo tradotto riceve un lavoro più comprensibile ma meno fedele all’originale. Nel primo caso c’è il rischio di perdere il concetto che l’autore voleva esprimere, nel secondo caso c’è il rischio di presentare il punto di vista del traduttore e non quello dell’autore. Per Schleiermacher, chi si appresta ad una traduzione deve assolutamente scegliere fra uno di questi due metodi.

Implicazioni filosofiche
La traduzione è da sempre un tema dell’ermeneutica, della filosofia del linguaggio e della gnoseologia.

L’ermeneutica tematizza il fenomeno della traduzione come esperienza della distanza e diversità. Anche il rapporto così importante per l’ermeneutica con la tradizione spesso include la necessità della traduzione. Eppure diversi filosofi hanno rilevato che il traduttore rimane sempre entro il suo orizzonte, nel quale deve ordinare il prodotto del suo sforzo traduttivo. Di conseguenza una semplica trasposizione del contenuto del testo dalla lingua di partenza a quella di arrivo non è possibile. Il traduttore deve decidere se adeguare il testo necessariamente “strano” alla propria lingua e tentare di celare in questo modo data estraneità, o se riprodurre questa estraneità proprio con i mezzi della propria lingua. Entrambi i metodi sono legittimi, una scelta di quale versione sia “più vicina” all’originale non si può prendere solamente attraverso un rimando alla base del testo. Un esempio sarebbe la traduzione di proverbi, per i quali o si cerca un corrispondente della propria lingua, o si traduce letteralmente per dimostrare la diversa formazione del proverbio nella lingua straniera. Il fenomeno qui descritto è solo una delle tante coniazioni del medesimo fenomeno: il rapporto con distanza e tradizione.

Nella filosofia del linguaggio, il problema della traduzione è di interesse in virtù della tesi secondo la quale si può penetrare l’essenza della lingua, del significato e del senso proprio nel passaggio di una lingua.

Strumenti per la traduzione
La traduzione automatica (TA) è il tentativo di effettuare automaticamente delle traduzioni mediante un programma informatico senza l’aiuto “umano”. La qualità del testo di traduzioni così prodotte non uguaglia però quella della traduzione umana. Solo testi normalizzati come ad esempio le previsioni del tempo possono essere tradotti con buoni risultati (cosa praticata nel Canada bilingue). Come soluzione provvisoria operano insieme sistemi di traduzione automatica che eseguono un’analisi dei testi da tradurre prima della traduzione stessa, per poi dare la possibilità ad un operatore umano di modificare i testi sorgente incomprensibili o ambigui. Con questi sistemi la parte che interessa il traduttore umano dopo il risultato della traduzione è relativamente alta. Con la traduzione automatica si fa inoltre ricorso ad ampie banche dati terminologiche e a memorie di traduzione, cosicché il risultato raggiunga una qualità di traduzione pienamente sostenibile.

Il progresso nella traduzione professionale (umana) consiste nell’evoluzione degli aiuti della traduzione: banche dati terminologiche e memorie traduttive, che riconoscono automaticamente in un testo da tradurre le formulazioni che sono già state tradotte e memorizzate, e che in seguito propongono le traduzioni rilevate. Anche Internet ha contribuito al miglioramento della qualità della traduzione, dal momento che un traduttore vi può verificare se una formulazione nella lingua di arrivo è possibile e/o usuale nel tipo di testo attuale.

Nei sistemi per la traduzione assistita MAHT (Machine-Aided Human Translation) o anche nei CAT (Computer Aided Translation), un traduttore professionale utilizza una memoria di traduzione, in cui sono già memorizzate delle frasi tradotte. Per l’efficace impiego delle memorie di traduzione, un aspetto particolarmente importante è un’adatta scrittura di un testo da tradurre.

Pregiudizi correnti nei confronti delle traduzioni:

Ci sono traduzioni neutrali di informazioni obiettive.
Chiunque con conoscenze di una lingua straniera può valutare la qualità.
Le traduzioni di poesie non possono essere redatte, perché allontanano troppo dall’originale.
Cosa è vero:

La traduzione è un’”arte di scrittura” molto complessa che richiede estese conoscenze tecniche in diversi campi.
Per il controllo della qualità occorre aver compreso i principi di costruzione della lingua e della comunicazione.
Per tradurre occorre prima aver capito il senso del testo originale nei suoi diversi contesti.

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Seminario di Dizione e Tonetica Italiane   

L’uso efficace della voce, che incide per il 40% sul successo della comunicazione, è reso possibile dalla padronanza di una corretta pronuncia e di una corretta intonazione della lingua.

Il Corso di Dizione e Tonetica di Studio Prugnoli è rivolto a tutti i professionisti che necessitano strumenti analitici e scientifici per comprendere e apprendere come ridurre, se non eliminare, la propria inflessione dialettale o straniera e rendere la propria comunicazione in lingua italiana più piacevole ed efficace.

Questo seminario, oltre ad illustrare le tecniche di pronuncia delle parole – che determinano per il 60% la neutralità del proprio stile comunicativo – offre ai partecipanti le metodologie e gli strumenti per intonare correttamente le frasi italiane, abilità che permette di ridurre ulteriormente al minimo la propria inflessione dialettale o straniera.

 Caratteristiche del Seminario

  • Docente: Silvia Prugnoli
  • Una sessione di 8 ore, il sabato, a Milano, in aula attrezzata con proiettore e lavagna. Prezzo: 120 euro + iva a persona, comprensivo di testo didattico. Numero di partecipanti: 10. La prossima sessione si terrà sabato 14 marzo 2009. (Vedi il calendario di tutte le sessioni)
  • Disponibilità di formule personalizzate e per aziende. E’ inoltre possibile integrare il corso con sessioni individuali volte al potenziamento delle capacità acquisite.

Per ulteriori informazioni e iscrizioni vi preghiamo di scrivere a dizione-tonetica@studioprugnoli.com o di compilare questo modulo.

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Contamination, in the broadest sense of the word, means a process by which the world’s “events” and “existents”, including individuals, react negatively to the external agents which with they come into contact. It usually designates a negative change in the status quo: “contamination” stands for “danger” and “risk” in the medical field and human and social sciences generally consider it as negative, as it relates to those external agents “disrupting” the cultural establishment, introducing “disordered” or “ambiguous” concepts that could negatively mould the individual by means of hybridisation (i.e. Greek hybris, a situation where the boundary of “righteousness” is trespassed, where the harmonic fabric of reality is torn apart). Yet, contamination in marketing is not at all an unfavourable phenomenon.

While in Ancient Greece excesses were represented in theatres to show and possibly prevent the risks of hybridisation today, owing to the massive pullulation of media, no specific place is devoted to such cause (i.e. warning against the possible risks entailed by the hybris) and contamination is no longer seen as dangerous. As a result, today’s contamination can be “safely represented” anywhere in the social setting, in a sort of “diffuse” and unrelenting theatricality combining formal elements as creatively as possible, with almost no restraints. And, by creating unusual tenor combinations at content level, contamination can strongly induce a re-mapping of the consumer’s outlook and understanding.

So, contamination can be exploited very advantageously in marketing, where, also owing to its ability to “happen everywhere”, it stands for a creative and productive “engraving” of different cultural elements creating a multi-layered and richer decoding experience. Different cultural elements can mingle, “stating” unexpected “comments” on the world, originating new and intriguing “mixed genres” of sense, broadening the existing cultural system of codes.

Nowadays, signs of contamination can be noticed globally, especially at symbolic level, in many consumer goods. Cosmetics – foundation creams, eye-shadows and blushers – for instance – are sold today in snack departments, shaped or coloured as chocolate bars, biscuits or pastries. Individually wrapped snacks remind of body care products thanks to the gender connotation conveyed by colours and texts (snacks are “for men” and “for ladies”). Sex toys are sold in pharmacies, along with birth-control devices. New messages (in this particular case, “cosmetics are to be ‘eaten’, “snacks enhance your sexual connotations”, “sex is good for your health”) can be proposed to consumers in new and unexpected ways, catching the consumers’ attention and forcing them to re-code and, therefore, re-think about the product, to notice, grasp and accept – rather than reject – its new positioning.

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Premessa

 

A partire da quale punto di vista si può parlare di ‘letteratura della migrazione’? Questa definizione non esclude forse automaticamente la ricchezza costituita dall’impiego e dall’intreccio di più lingue, da cui emerge senza ombra di dubbio la ‘tentazione di esistere’ di ciascuno, tentazione che dischiude anche un forte potenziale politico e liberatorio contro ogni totalitarismo?

 

1.Bilinguismo, poliglossia: fenomeni politici da riscoprire

 

Più della metà della popolazione mondiale è bilingue, tuttavia il pregiudizio ideologico ha imposto una lettura deformata della realtà presentando il bilinguismo in quanto fenomeno raro. Tale deformazione è attribuibile innanzitutto alla ragione politica, alla raison d’état che, inevitabilmente ma non innocentemente, influenza e stabilisce i ‘confini’ della cultura. Sono invece numerosi gli individui che nel mondo conoscono la  lingua dello ‘stato di appartenenza’ e almeno – secondo stime conservative – un dialetto. Non v’è dubbio che essi siano ideologicamente definiti monolingui, ma è proprio a causa di una certa concezione dello stato che si è diffusamente posta la questione linguistica in maniera fuorviante, sottraendola spesso alla libera riflessione filosofica. Sono interessanti, a riguardo, le osservazioni del linguista francese Louis J. Calvet (1977): ‘[…] espressioni come ‘lingua’ o idioma, ‘lingua’ e dialetto appartengono alla visione dicotomica che caratterizza l’ideologia colonialista la quale ha contrapposto parole come civilizzato a selvaggio, lingua a dialetto, popolo a tribù […]’. Secondo Calvet, infatti, all’interno di tale ripartizione, ciò che chiamiamo dialetto non sarebbe altro che una lingua sconfitta, mentre ‘la lingua’ sarebbe un dialetto imposto politicamente.

Noam Chomsky ha di recente ribadito come rimanga oscuro tuttora il concetto di lingua e che ‘un linguista che non sapesse nulla dei confini o delle istituzioni politiche non distinguerebbe le ‘lingue’ dai ‘dialetti’, così come ha apertamente dichiarato: ‘Dietro di sé una lingua ha sempre una bandiera e un esercito’ (1981).1 Un altro linguista francese, Claude Hagège, ha studiato e   approfondito i rapporti tra lingua e potere e afferma ‘…la lingua è un bene  politico. Qualsiasi politica della lingua fa il gioco del potere…perché l’unità  della lingua interessa al potere. La variazione lo disturba’.

In quest’ottica, il soggetto bilingue o poliglotta, indipendentemente dalla sua origine o razza, è una variazione, è differenza, è discontinuità nell’unità, una piega, una linea di taglio, una via di fuga: quindi, disturba. Quali considerazioni possono emergere dunque dall’analisi dei testi di letteratura della migrazione? Focalizziamo l’attenzione sul fenomeno della lingua migrante così come messa in opera dagli scriventi e dai parlanti migranti: essi  manipolano, spaccano, sbriciolano e ricompongono ex-novo le strutture linguistiche della propria enunciazione nella direzione di un métissage interlinguistico e interculturale – che si dispiega simultaneamente in un senso individualizzante e in un senso collettivizzante –, che non può non aprire a una nuova prospettiva di sovversione dell’establishment e della lingua dominanti dal loro interno.

 

1.1.Dalla letteratura ‘della migrazione’ alla letteratura ‘migrante’

 

Proprio in virtù del métissage interlinguistico e interculturale che emerge nella e dalla letteratura della migrazione, si pone la questione linguistico-politica della definizione stessa di ‘letteratura della migrazione’. Si tratta, in effetti, di una definizione con la quale mi è difficile essere in accordo, non solo perché incapace di descrivere il potenziale attivo e creativo di questa corrente espressiva (che viene così implicitamente circoscritta ai fenomeni migratori, territorializzata, segregata, tenuta a bada insomma), ma anche perché in essa traspare sempre l’ombra dell’imperialismo politico, economico e culturale – ingentilito e ammantato di accondiscendente e paternalistica tolleranza. Siamo al contrario di fronte a una letteratura tout court, non unicamente di un ‘derivato’, né di una proprietà (idee espresse proprio dalla forma linguistica ‘della migrazione’).

La ‘letteratura della migrazione’ è produzione, opera demiurgica di individui che per i motivi più diversi si trovano a destreggiare ‘lingue altre’ e non più una ‘lingua madre’. È un atto di creazione a mio avviso più correttamente riferibile come ‘letteratura migrante’, esprimendo nella forma gerundiva il suo continuo divenire, così come pure il suo essere un fenomeno ‘universalmente’, cioè ‘a-territorialmente’ umano in quanto solo l’uomo, e ciascun uomo, può raccontare e raccontarsi delle storie e nelle storie che superano, cancellano, anzi ignorano il limite posto dai confini.

 

2.Creazione e poliglossia nella letteratura migrante

 

Ciascuno di noi è bilingue sin dalla nascita. Siamo tutti caratterizzati da una diglossia originaria e costitutiva, da una frattura tra la vita vivente che siamo e la ‘lingua dell’altro’. Apprendiamo infatti a tradurre il nostro essere ‘viventi’ – ciò che sentiamo sul piano estetico ad uno stadio prelinguistico – nella forma linguistica che caratterizzerà le nostre enunciazioni. È una rottura lacerante del silenzio e della quiete ignari di linguaggio che assegna la nostra vita al rumore assordante della nostra ‘appartenenza’ linguistica, comunitaria e politica – che è anche e soprattutto ‘non appartenenza’, estraniazione e sempre già creazione.

Se è vero, come afferma Derrida, che ‘la traduzione è un altro nome dell’impossibile’, è anche vero che l’impossibilità della traduzione non si riferisce all’esperienza di una perdita, né indica una rinuncia – il silenzio e la quiete ignari di linguaggio non sono perduti, permangono sempre sullo sfondo e balenano negli indizi che ci possono indicare la via del recupero dell’inespresso, dell’inconscio.  Al contrario, tale impossibilità coincide con un invito a tradurre, a sperimentare: ‘Inventa dunque nella tua lingua se puoi o vuoi comprendere la mia’.

È proprio ciò che accade nell’ambito delle enunciazioni in analisi ascrivibili alla letteratura migrante. In essa si riscontra infatti una poliglossia letteraria non assimilabile a un semplice superamento di un bilinguismo, bensì a un nuovo sistema formale, una nuova lingua, una polifonia linguistica trasversale che trae la propria esistenza da più lingue originarie che migrano, trasmutano, si traducono così come pure si tradiscono, in nuove forme  significanti (cui si approda varcando anche la soglia obbligata di forme prima facie a-significanti), più consone a tradurre, appunto, le istanze del ‘vivente’.

È quindi a questo punto opportuno parlare di possibilità della  traduzione, cioè delle possibilità offerte dalla letteratura migrante come  luogo-non-luogo di migrazione attraverso la poliglossia. Infatti, anche senza  la necessità di muoversi, spostarsi o migrare fisicamente, tramite la  letteratura migrante noi, tutti e ciascuno, migriamo – come da sempre, ma  ora ancora di più -, ci traduciamo costantemente in sempre più numerose e nuove istanze o identità linguistiche trasversali, aprendoci a una linea di  fuga, a una rivoluzione identitaria e in ultima analisi cosmopolitica. E la traduzione – secondo la brillante definizione di Edouard Glissant,  altro scrittore migrante della Martinica – richiede di inventare appunto un linguaggio necessario tra una lingua e l’altra, un linguaggio comune a tutt’e due, ma in qualche modo imprevedibile a ognuna di loro. Il linguaggio del traduttore può intendersi come arte dell’incrocio, del meticciato.

Arte della vertigine e dell’erranza che ci salva.

Arte della fuga da una lingua all’altra, senza che la prima si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi.

 

3.Il nuovo simulacro linguistico della letteratura migrante: l’identità liquida come risposta ai totalitarismi

 

Si è detto che, sin dalla nascita, l’ineffabile nucleo vivente che non abbiamo saputo definire in maniera diversa e più corretta di io, traducendosi migra in una lingua che non è la sua e che fa necessariamente propria, pur non appropriandosene mai del tutto. La presa di coscienza che da sempre ‘si enuncia e ci si enuncia nella lingua dell’altro’ dovrebbe permettere di ragionare da ‘stranieri nella propria lingua’, da ‘migranti’, sin da bambini (e qui risiede l’enorme potenziale di cambiamento sociopolitico a venire).

 

Se a questa prima ‘lingua dell’altro’ si aggiungono l’apprendimento e l’acquisizione di una o più lingue ‘straniere’, ‘altre’, si attinge una condizione di poliglossia in cui la disponibilità per il parlante e lo scrivente di creare nuovi simulacri di sé e di migrare attraverso la propria traduzione in io simoltiplica. A uno stadio successivo, infatti, come nella letteratura migrante, è possibile riscontrare un’identità liquida, una dimensione formale di poliglossia trasversale a lingue diverse che, dissolte sul piano combinatorio della medesima enunciazione, aprono a un potenziale polisemantico espressivo e traduttivo superiore grazie al quale la creazione di nuovi simulacri dell’io non solo si moltiplica, ma si amplifica:

 

 

[...] Dal più povero ci facevamo invitare al restauranti e ordinavamo il pollo alla cacciatora, ma appena uno aveva più soldi, chiedevamo, Comprami un garbasar nuovo, invitami di qua, mi piace quel profumo lì.’

‘[...] ‘No, mio caro, non posso uscire, mia madre torna dalla farmascio e se non mi trova dentro casa impazzisce dalla rabbia.’

‘[...] Il guersce aveva un sacco di cose da offrire, altroché pollo alla cacciatora. E al guersce ha partorito quell’unica figlia a cui adesso tu devi portare il pacco.’

(Cristina Ubax Ali Farah, Madre Piccola)

 

Nella letteratura migrante, le lingue – lungi dall’essere compartimenti stagni – si ricompongono in una lingua sempre nuova, e in nuove infinite istanze dell’io dell’enunciazione che incentivano e rafforzano il concetto di identità migrante all’interno di ciascuno, proiettandola in una dimensione in cui l’io assume sempre più innumerevoli forme, in una traduzione, migrazione e significazione di sé in continuo divenire, finanche alla propria dissoluzione mimetica.

La letteratura migrante, una polifonia di lingue e culture che fondendosi risuonano all’interno dell’enunciazione, ci consegna così a un uso intensivo ed estensivo della lingua: corporea e corposa, densa e morbida, secca e stridente, regressiva e dirompente,  rappresentazione della vita in presa diretta, molto più interiorizzata e individuata oppure fortemente collettiva grazie alla sua poliglossia trasversale.

Ecco che la liquidità dell’identità diviene un ricettacolo, un vero e proprio melting pot che confluisce in traduzioni de-strutturate, de territorializzate ma soprattutto a-territoriali, grazie alle quali si costituiscono e si incontrano nuovi luoghi espressivi, nuovi paesaggi interiori ed esteriori, come direbbe Tahar Ben Jelloun.10 L’io prende casa in questi nuovi paesaggi per mezzo di sempre ulteriori istanze, attraversandoli senza temere ogni possibile perdita o acquisizione, densificazione o diluizione, metamorfosi o trasformazione, proprio in forza della sua consistenza liquida – più appropriato sarebbe dire che esso alberga e transita poiché il liquido non può trattenersi, può soltanto indugiare.

E l’identità liquida della letteratura migrante si traduce essa stessa in una chance rivoluzionaria – d’accordo con Deleuze e Guattari quando ci dicono ‘Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiate ogni letteratura di padroni’ –, di dissolvimento degli schematismi individuali, sociali e  politici, indicando la via di fuga, sotterranea, sottratta all’occhio del nemico, per impedire l’affermarsi di ogni cristallizzazione dell’io, e quindi di ogni assolutismo, di ogni integralismo, di ogni totalitarismo e di ogni violenza.

 

Conclusioni

 

Tutti noi, ciascuno a suo modo, secondo il proprio stile e nella particolarità della propria vita, migriamo, transitiamo, traduciamo, ci traduciamo, così come pure tradiamo continuamente noi stessi. Ma è proprio tradendoci ogni volta che ci trasformiamo, ci liquefacciamo, in un divenire liquidi che ci addestra a nostra insaputa a fluire perennemente, assecondando l’incessante scorrere dell’esistenza.

Proprio alla luce di questa constatazione è possibile affermare che la letteratura migrante è un processo vitale.

Vorrei, in conclusione, e a supporto di questa mia affermazione, lasciare la parola a una scrittrice migrante anglo-indiana, Jhumpa Lahiri, la quale dichiara: ‘A differenza dei miei genitori, traduco non tanto per sopravvivere nel mondo intorno a me quanto per crearne e illuminarne uno che non esiste. La narrativa è la terra straniera che ho scelto, il luogo dove lotto per trasmettere e preservare ciò che è significativo. E sia che io scriva da americana o da indiana, su cose americane o indiane o di altro tipo, una cosa rimane costante: traduco, quindi sono’.

 

Una sorprendente azione pubblicitaria risulta indubbiamente degna di nota.

Per l’apertura di un enorme supermarket alcuni creativi hanno pensato di ricorrere a una sorprendente azione di stickering, tappezzando la fermata del metrò attigua al nuovo punto vendita con pannelli dagli effetti tridimensionali capaci di evocare fortemente e in modo verosimile scaffali pieni di ogni genere di prodotti.

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Politeness – The key strength of this nation is its ability to be polite, regardless of who you are, where you are from, whether you speak their language or not. Although economic recession has also affected Japanese, they never let themselves be overwhelmed by angst and fear and never lose their temper or dignity. People never forget that respect for the individual is top priority. People never forget to thank and always stick to etiquette. This results in a very pleasant and smooth relationship with others, regardless the topic being discussed or the problem being tackled. Politeness translates in the certainty you can handle everything, without being forced to waste that emotional energy which normally drains when dealing with rude people who try to attempt your dignity although personal dignity has nothing to do with the issue at hand.

I have lived most of my life in Italy, where in the last 20 years people have forgotten good manners and today act as if you were always personally attacking them, even when asking for a train ticket or a coffee. Italians have become so touchy that also making a phone call, or just sending an email, to propose a new product or service, turns into an ordeal and exposes you to gratuitous insults. In Japan, extreme politeness can at times be irritating to uncivilised westerns, who, for instance, at times feel like being mad at something – e.g. a vending machine that shows warning messages in an incomprehensible language – but are promptly helped by some kind and smiling passer-by. Making a phone call here to propose a product or service can, at worst, end with a polite and musical “no, thanks, goodbye”. You can then just go on with your work feeling part of a system that at times does not meet yours need but in which you can definitely fit. Politeness is the key to progress here.

Respect for rules and safety – Politeness means respecting others, and to do so rules are to be abided by. This translates in an orderly arrangement of the world that leads to a better control of the state of affairs. In turn, this offers enhanced security in megalopolis like Tokyo, where you can move safely at any time without feeling threatened by the “unknown”. Feeling safe strengthens the self-confidence deriving from the widespread good-mannered attitude of people, activating a virtuous circle.  

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No smoking while walking! And nobody does!

Silence and smooth movement – It is not unusual to sit in a restaurant where there are many other guests and be able to chat at a normal volume of voice with those with whom you are having dinner. Silence and avoidance of noise are rules in Japan. Spending a night out means enjoying a friendly and relaxing chat even in a crowded place. This means saving one’s energy for more constructive and also profitable things.

Also moving in Japan is easy. Trains are respectfully punctual and frequent, trains cars are silent as people never shout or talk on the phone. And since everybody moves on the side of  the alleyways indicated by special signs, even in a high-density megalopolis like Tokyo, moving is just a question of covering a distance from point A to point B. So, silence and smooth movement are two further components of the progressive attitude of Japan, both deriving, again, from politeness.  

Cleanness – Cities are spotless. Again, Japanese’s politeness reflect on the respect for the surrounding environment, making your dignified, safe and smooth experience aesthetically pleasant. In the progressive flow of Japan you are always reminded that culture, as man has moulded it, can be a very pleasant experience. 

Punctuality -  Respect for rules reflects on the reliability of services, especially public transportation, which allows you to plan your daily activities as you most like. The overall dependable system turns, therefore, into something which is almost non-existent, an almost transparent support to experience that seamlessly underlies and supports one’s semiotic trajectories. 

Speed? – It is said that in Japan speed is top priority, especially when it comes to trains. Is it true? I do not think so. The Shinkansen or “bullet” train, the fastest in Japan, which covers, for instance, a distance of 540 km in 2 hours 20 mins (Tokyo-Kyoto), is not so fast at the end of the day. But the psychological, emotional and practical seamless life which is offered to you in Japan makes you perceive things as faster, projected towards a future that is never too far away.  

 

n700_noseSilvia Prugnoli from Tokyo

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Tod's building in Omotesando

Omotesando and Shibuya, Tokyo: here artists and fashion-conscious consumers offer an oxymoronic mélange of youth culture and beau monde: here are concrete catwalks representing the epitome of modernity among architectural masterpieces sticking out for their shining, multiform and progressive look. It is here that foreign branding takes on a new life and look.
Do you remember when a foreign name used to make us thing of a global company? Do you remember the “Haagen-Dazs” brand, coined by a Polish couple who started their ice-cream business in the Bronx in 1959? The foreign sound of the brand was key to its success.

The pseudo-Swedish ice cream name is a memorable textbook example of foreign branding, the practice to make domestic products appear as if they were imported. The practice of English-branding has grown fast in non-Engligh speaking markets ever since, as English has always related to the power, cutting-edginess and quality of the States and, at a later time, to the IT language, which is synonymous with progressiveness. And today there are numberless English-branded companies and stores all around the world that confuse the domestic consumers about the origin of their commodities.

Yet, today two major interesting phenomena are emerging here, in the core of the most progressive city in the world, namely Omotesando and Shibuya: the English branding is no longer perceived as an index of foreignness by the final consumer, as the consumer has been far too exposed to the English language and become definitely  too accustomed to it. Brands and product descriptions are today also written in French, German or Italian, or in any other language able to convey the expected brand evocations. It is nicer to enter a “Caffè Veloce” (“Fast Coffee” in Italian) in Tokyo bar to have a good Japanese espresso. It is more pleasant to order hoers d’oeuvre although you are just server a local starter. It is more satisfying to spend money in a shop promising “saldi” instead of “sales”. On the other hand, real “foreign” companies seem to have the need to reassert themselves as such in order to stand out in such a crowded market: Mc Donald’s, which is so widespread in numberless countries around the world, is no longer seen as foreign anywhere. Here in Japan it has adopted an original “foreignness” strategy, rebranding its locations in Omotesando and Shibuya with the verbally but also semantically foreign syntagm “Quarter Pounder”, removing the trademark golden arches and the McDonald’s name.
The foreign branding is moving in new directions: let us keep an eye on it.

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Quarter Punder: it is just McDonald's!

Silvia Prugnoli from Tokyo

Tuttuki Bako is one of the strangest electronic gadgets I have ever come across: it looks like a simple Tamagotchi, but its offers an amazing novelty, that is the stong interaction between its interface and the player: once user inserts his finger into it, he can become integral part of the game. It is currently a mania among Japanese teens.

The concept of integrating human beings, or addressees, into the interface has also conquered some shops in Japan: it is not unusual to find street-side digital signboards that capture the moving images of passersby and transport them onto the screen. This new trend is generally referred to as the “Tama Depa concept” (names after the first shop that used this marketing gimmick – this marketing trend is so new that it has not yet been named precisely, as far as I know) and its aim is to arouse utmost involvement in the potential purchasers with a fun twist, as animated objects are placed in the virtual hands of those appearing on the screen.

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It is increasingly possible “to buy” local in Milan, especially in fashion. Many small designers turn to selling directly to consumers. Beyond big, corporate and foreign-branded multinationals, many excellent fashion artists sell clothes, shoes and accessories from their own storefronts or studios.
Local designers are often willing to attend customers and custom-tailor their designs. Customers like meeting the “artist” and tend to buy more when they are served by him or her rather than a sales person. And there is the customer’s psychological satisfaction for opting for the lessened carbon footprint of the locally bought designs. Finally, it is also fashionable to drop the name of a small designer, as you sound in-the-know.

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Riporto questo bellissimo articolo di Massimo Arcangeli, linguista e critico letterario, preside della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Cagliari, apparso ogi su Repubblica (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/politica/napolitano-discorso-2008/analisi-di-arcangeli/analisi-di-arcangeli.html).

L’ANALISI LINGUISTICA

Un “linguaggio della verità”
dominato dalla parola “crisi”

 Il Presidente della Repubblica ha fatto 13. Sono le volte che, nel consueto discorso di fine anno, Giorgio Napolitano ha pronunciato la parola crisi, da sola o accompagnata (“crisi finanziaria”, “crisi mondiale”, “pesante crisi”). Più della parola che, per ovvi motivi, nessuno dei nove presidenti prima di Napolitano – da Luigi Einaudi (1949) in poi – ha potuto evitare di far propria nel tradizionale messaggio augurale agli italiani, prima alla radio e poi in tv: anno, naturalmente. Il nostro presidente l’ha onorata di 8 citazioni. Con le 4 occorrenze del plurale fa un bel 12; ragguardevole, senz’altro, ma pur sempre un gradino sotto quel 13 che un po’ angoscia, un po’ muove a gesti apotropaici.

Spediti in soffitta la patria e il popolo (italiano), non confortati da alcuna menzione, restano, fra le parole più frequenti nella storia dei discorsi presidenziali di fine anno, un misero Stato (“servitori dello Stato”) e un’altrettanto misera Repubblica (“Presidente della Repubblica”). Assente è pure nazione, salvata tuttavia in qualche modo, se non certo dalle Nazioni Unite, almeno da quella coesione, quella collettività e quell’unità nazionale che in fondo inducono a non disperare. E non mancano nemmeno – come potrebbero? – gli appelli agli italiani: due volte come riferimento indifferenziato (“Parto di qui per rivolgere il mio tradizionale messaggio di auguri a voi tutti, italiani di ogni generazione e di ogni condizione sociale”; “A voi che mi ascoltate, a tutti gli italiani”), una volta acquartierato in un gender correct “italiane e italiani”. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel lontano 1980 che ha visto per la prima volta un Presidente della Repubblica fare auguri “dedicati” per il nuovo anno; quel presidente era Sandro Pertini, che esordiva così nel suo terzo discorso del 31 dicembre alla popolazione: “italiane e italiani, cari amici”.
il paese? Il sistema non sarà più quello di una volta, ma il lemma ancora c’è (5 volte); accanto ai “molti altri paesi” la cui economia, come da noi, versa in condizioni drammatiche. E poi democratico (“sistema democratico”) e democrazia (1), assenti sia l’uno che l’altra nei corrispondenti discorsi di Einaudi; quell’auspicio a vivere l’”anno che nasce, [p]er difficile che possa essere, con “animo solidale, fermo, fiducioso” che riprende un passaggio del discorso di Gronchi del 1954 (“è dunque con animo fiducioso che ci apprestiamo ad accogliere l’anno che viene”); la serie degli ideali e dei principi, dei valori progressivi o immutabili e dei sentimenti positivi, immancabili in un messaggio augurale: gli stessi valori (4; e valore 1) ma senza i principi, non nominati mai; e ancora libertà (1), solidarietà (2), equità (1), diritti (1) e uguaglianza di diritti (1), coraggio (1), lungimiranza (2), pace (2), fiducia (2).

Non sono però molte, alla resa dei conti, le 18 attestazioni complessive appena registrate a fronte di quelle 13 annotate per la sola crisi. Si potrebbero aggiungere, ben più che a pareggiare il conto, pericoli (1), insufficienze (1), debolezze (del sistema) (1), problemi (2), difficoltà (2), (drammatica) urgenza (1) e le due occorrenze di gravi e le tre di difficile, contro nessuna di facile; e poi c’è il futuro (2), certo, ma non il progresso; non rispondono all’appello bene e meglio, al contrario di male (1) e peggio (1), e così pure serenità e sereno. Muta la sfera della volontà, parla in sua vece quella dell’impegno: da quello “sollecitato con forza per il Mezzogiorno” alla crisi come “occasione per impegnarci”, dai “militari impegnati in missioni difficili e rischiose” al 2009 “che ci impegna a prove più ardue”.

In definitiva, al fondo del discorso presidenziale, quel “linguaggio della verità” il cui esplicito richiamo è la quadratura del cerchio. Fa il pari con il “principio di realtà” difeso coraggiosamente da Pietro Citati, giorni fa, sulle pagine di “Repubblica”.

Tokyo: here the urban scene, where the new and the old come together, offers amazing views that make this capital fascinating and different from elsewhere. What makes this metropolis special is its play of lights and plastic illusions that involve and allure passers-by. In particular, this is true when it comes to shopping, especially in Ginza and Omotesando, but also in Harajuku and Shibuya. 

It is Christmas time and, of course, for a city of light like this playing with lights is a must.  It is not unusual to find, beside luminous blinking buildings, roads and parks orderly adorned with lights. It conveys a sense of magic: lights are everywhere, dotting the urban lines with bright and colourful visual trajectories.

Constructions offer spectacular – and often very high – architectures involving the eye and forcing you, by means of perspective gimmicks, to change viewpoint to decode and understand them, to be then transported into their intriguing and also deceiving patterns of shadows, lights and multiple dimensions.

 

 Building walls, in turn, intrigue viewers by use of LCD billboards, trompe l’oeil, reflections and other visual illusion creating further spatial and imagery dimensions.

     

 

Also vehicles try, as much as they can, to create their own illusions.

Finally, objects look surrealistic as they offer unusual, unexpected and, therefore, puzzling representations of reality in terms of size or spatial location.

 

 

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 Italian Diction and Intonation Seminar   

The effective use of voice, which has a 40% impact on communication success, can be achieved by mastering correct language pronunciation and intonation.

The Studio Prugnoli Diction and Intonation Course is intended for all professionals requiring analytical and scientific tools to understand and learn how to reduce, if not eliminate, one’s regional or foreign accent and make Italian communication more pleasant and effective.

This Seminar shall illustrate reading and pronunciation techniques for words – which determine 60% of one’s neutral pronunciation – and provide the methods and tools to participants in order to tune Italian sentences, a skill that permits the speaker to cancel the intonation of a regional or foreign accent.  

 Seminar Information

  • Teacher: Silvia Prugnoli
  • Duration: One 8-hour session at the Client’s premises – Maximum 4 participants
  • Price: 936 Euros + VAT per session, including didactic material
 
The course can be integrated with one-to-one sessions for the perfection of the skills acquired.
 
For any further information, please fill in this form.
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