Premessa
A partire da quale punto di vista si può parlare di ‘letteratura della migrazione’? Questa definizione non esclude forse automaticamente la ricchezza costituita dall’impiego e dall’intreccio di più lingue, da cui emerge senza ombra di dubbio la ‘tentazione di esistere’ di ciascuno, tentazione che dischiude anche un forte potenziale politico e liberatorio contro ogni totalitarismo?
1.Bilinguismo, poliglossia: fenomeni politici da riscoprire
Più della metà della popolazione mondiale è bilingue, tuttavia il pregiudizio ideologico ha imposto una lettura deformata della realtà presentando il bilinguismo in quanto fenomeno raro. Tale deformazione è attribuibile innanzitutto alla ragione politica, alla raison d’état che, inevitabilmente ma non innocentemente, influenza e stabilisce i ‘confini’ della cultura. Sono invece numerosi gli individui che nel mondo conoscono la lingua dello ‘stato di appartenenza’ e almeno – secondo stime conservative – un dialetto. Non v’è dubbio che essi siano ideologicamente definiti monolingui, ma è proprio a causa di una certa concezione dello stato che si è diffusamente posta la questione linguistica in maniera fuorviante, sottraendola spesso alla libera riflessione filosofica. Sono interessanti, a riguardo, le osservazioni del linguista francese Louis J. Calvet (1977): ‘[…] espressioni come ‘lingua’ o idioma, ‘lingua’ e dialetto appartengono alla visione dicotomica che caratterizza l’ideologia colonialista la quale ha contrapposto parole come civilizzato a selvaggio, lingua a dialetto, popolo a tribù […]’. Secondo Calvet, infatti, all’interno di tale ripartizione, ciò che chiamiamo dialetto non sarebbe altro che una lingua sconfitta, mentre ‘la lingua’ sarebbe un dialetto imposto politicamente.
Noam Chomsky ha di recente ribadito come rimanga oscuro tuttora il concetto di lingua e che ‘un linguista che non sapesse nulla dei confini o delle istituzioni politiche non distinguerebbe le ‘lingue’ dai ‘dialetti’, così come ha apertamente dichiarato: ‘Dietro di sé una lingua ha sempre una bandiera e un esercito’ (1981).1 Un altro linguista francese, Claude Hagège, ha studiato e approfondito i rapporti tra lingua e potere e afferma ‘…la lingua è un bene politico. Qualsiasi politica della lingua fa il gioco del potere…perché l’unità della lingua interessa al potere. La variazione lo disturba’.
In quest’ottica, il soggetto bilingue o poliglotta, indipendentemente dalla sua origine o razza, è una variazione, è differenza, è discontinuità nell’unità, una piega, una linea di taglio, una via di fuga: quindi, disturba. Quali considerazioni possono emergere dunque dall’analisi dei testi di letteratura della migrazione? Focalizziamo l’attenzione sul fenomeno della lingua migrante così come messa in opera dagli scriventi e dai parlanti migranti: essi manipolano, spaccano, sbriciolano e ricompongono ex-novo le strutture linguistiche della propria enunciazione nella direzione di un métissage interlinguistico e interculturale – che si dispiega simultaneamente in un senso individualizzante e in un senso collettivizzante –, che non può non aprire a una nuova prospettiva di sovversione dell’establishment e della lingua dominanti dal loro interno.
1.1.Dalla letteratura ‘della migrazione’ alla letteratura ‘migrante’
Proprio in virtù del métissage interlinguistico e interculturale che emerge nella e dalla letteratura della migrazione, si pone la questione linguistico-politica della definizione stessa di ‘letteratura della migrazione’. Si tratta, in effetti, di una definizione con la quale mi è difficile essere in accordo, non solo perché incapace di descrivere il potenziale attivo e creativo di questa corrente espressiva (che viene così implicitamente circoscritta ai fenomeni migratori, territorializzata, segregata, tenuta a bada insomma), ma anche perché in essa traspare sempre l’ombra dell’imperialismo politico, economico e culturale – ingentilito e ammantato di accondiscendente e paternalistica tolleranza. Siamo al contrario di fronte a una letteratura tout court, non unicamente di un ‘derivato’, né di una proprietà (idee espresse proprio dalla forma linguistica ‘della migrazione’).
La ‘letteratura della migrazione’ è produzione, opera demiurgica di individui che per i motivi più diversi si trovano a destreggiare ‘lingue altre’ e non più una ‘lingua madre’. È un atto di creazione a mio avviso più correttamente riferibile come ‘letteratura migrante’, esprimendo nella forma gerundiva il suo continuo divenire, così come pure il suo essere un fenomeno ‘universalmente’, cioè ‘a-territorialmente’ umano in quanto solo l’uomo, e ciascun uomo, può raccontare e raccontarsi delle storie e nelle storie che superano, cancellano, anzi ignorano il limite posto dai confini.
2.Creazione e poliglossia nella letteratura migrante
Ciascuno di noi è bilingue sin dalla nascita. Siamo tutti caratterizzati da una diglossia originaria e costitutiva, da una frattura tra la vita vivente che siamo e la ‘lingua dell’altro’. Apprendiamo infatti a tradurre il nostro essere ‘viventi’ – ciò che sentiamo sul piano estetico ad uno stadio prelinguistico – nella forma linguistica che caratterizzerà le nostre enunciazioni. È una rottura lacerante del silenzio e della quiete ignari di linguaggio che assegna la nostra vita al rumore assordante della nostra ‘appartenenza’ linguistica, comunitaria e politica – che è anche e soprattutto ‘non appartenenza’, estraniazione e sempre già creazione.
Se è vero, come afferma Derrida, che ‘la traduzione è un altro nome dell’impossibile’, è anche vero che l’impossibilità della traduzione non si riferisce all’esperienza di una perdita, né indica una rinuncia – il silenzio e la quiete ignari di linguaggio non sono perduti, permangono sempre sullo sfondo e balenano negli indizi che ci possono indicare la via del recupero dell’inespresso, dell’inconscio. Al contrario, tale impossibilità coincide con un invito a tradurre, a sperimentare: ‘Inventa dunque nella tua lingua se puoi o vuoi comprendere la mia’.
È proprio ciò che accade nell’ambito delle enunciazioni in analisi ascrivibili alla letteratura migrante. In essa si riscontra infatti una poliglossia letteraria non assimilabile a un semplice superamento di un bilinguismo, bensì a un nuovo sistema formale, una nuova lingua, una polifonia linguistica trasversale che trae la propria esistenza da più lingue originarie che migrano, trasmutano, si traducono così come pure si tradiscono, in nuove forme significanti (cui si approda varcando anche la soglia obbligata di forme prima facie a-significanti), più consone a tradurre, appunto, le istanze del ‘vivente’.
È quindi a questo punto opportuno parlare di possibilità della traduzione, cioè delle possibilità offerte dalla letteratura migrante come luogo-non-luogo di migrazione attraverso la poliglossia. Infatti, anche senza la necessità di muoversi, spostarsi o migrare fisicamente, tramite la letteratura migrante noi, tutti e ciascuno, migriamo – come da sempre, ma ora ancora di più -, ci traduciamo costantemente in sempre più numerose e nuove istanze o identità linguistiche trasversali, aprendoci a una linea di fuga, a una rivoluzione identitaria e in ultima analisi cosmopolitica. E la traduzione – secondo la brillante definizione di Edouard Glissant, altro scrittore migrante della Martinica – richiede di inventare appunto un linguaggio necessario tra una lingua e l’altra, un linguaggio comune a tutt’e due, ma in qualche modo imprevedibile a ognuna di loro. Il linguaggio del traduttore può intendersi come arte dell’incrocio, del meticciato.
Arte della vertigine e dell’erranza che ci salva.
Arte della fuga da una lingua all’altra, senza che la prima si cancelli e senza che la seconda rinunci a presentarsi.
3.Il nuovo simulacro linguistico della letteratura migrante: l’identità liquida come risposta ai totalitarismi
Si è detto che, sin dalla nascita, l’ineffabile nucleo vivente che non abbiamo saputo definire in maniera diversa e più corretta di io, traducendosi migra in una lingua che non è la sua e che fa necessariamente propria, pur non appropriandosene mai del tutto. La presa di coscienza che da sempre ‘si enuncia e ci si enuncia nella lingua dell’altro’ dovrebbe permettere di ragionare da ‘stranieri nella propria lingua’, da ‘migranti’, sin da bambini (e qui risiede l’enorme potenziale di cambiamento sociopolitico a venire).
Se a questa prima ‘lingua dell’altro’ si aggiungono l’apprendimento e l’acquisizione di una o più lingue ‘straniere’, ‘altre’, si attinge una condizione di poliglossia in cui la disponibilità per il parlante e lo scrivente di creare nuovi simulacri di sé e di migrare attraverso la propria traduzione in io simoltiplica. A uno stadio successivo, infatti, come nella letteratura migrante, è possibile riscontrare un’identità liquida, una dimensione formale di poliglossia trasversale a lingue diverse che, dissolte sul piano combinatorio della medesima enunciazione, aprono a un potenziale polisemantico espressivo e traduttivo superiore grazie al quale la creazione di nuovi simulacri dell’io non solo si moltiplica, ma si amplifica:
[...] Dal più povero ci facevamo invitare al restauranti e ordinavamo il pollo alla cacciatora, ma appena uno aveva più soldi, chiedevamo, Comprami un garbasar nuovo, invitami di qua, mi piace quel profumo lì.’
‘[...] ‘No, mio caro, non posso uscire, mia madre torna dalla farmascio e se non mi trova dentro casa impazzisce dalla rabbia.’
‘[...] Il guersce aveva un sacco di cose da offrire, altroché pollo alla cacciatora. E al guersce ha partorito quell’unica figlia a cui adesso tu devi portare il pacco.’
(Cristina Ubax Ali Farah, Madre Piccola)
Nella letteratura migrante, le lingue – lungi dall’essere compartimenti stagni – si ricompongono in una lingua sempre nuova, e in nuove infinite istanze dell’io dell’enunciazione che incentivano e rafforzano il concetto di identità migrante all’interno di ciascuno, proiettandola in una dimensione in cui l’io assume sempre più innumerevoli forme, in una traduzione, migrazione e significazione di sé in continuo divenire, finanche alla propria dissoluzione mimetica.
La letteratura migrante, una polifonia di lingue e culture che fondendosi risuonano all’interno dell’enunciazione, ci consegna così a un uso intensivo ed estensivo della lingua: corporea e corposa, densa e morbida, secca e stridente, regressiva e dirompente, rappresentazione della vita in presa diretta, molto più interiorizzata e individuata oppure fortemente collettiva grazie alla sua poliglossia trasversale.
Ecco che la liquidità dell’identità diviene un ricettacolo, un vero e proprio melting pot che confluisce in traduzioni de-strutturate, de territorializzate ma soprattutto a-territoriali, grazie alle quali si costituiscono e si incontrano nuovi luoghi espressivi, nuovi paesaggi interiori ed esteriori, come direbbe Tahar Ben Jelloun.10 L’io prende casa in questi nuovi paesaggi per mezzo di sempre ulteriori istanze, attraversandoli senza temere ogni possibile perdita o acquisizione, densificazione o diluizione, metamorfosi o trasformazione, proprio in forza della sua consistenza liquida – più appropriato sarebbe dire che esso alberga e transita poiché il liquido non può trattenersi, può soltanto indugiare.
E l’identità liquida della letteratura migrante si traduce essa stessa in una chance rivoluzionaria – d’accordo con Deleuze e Guattari quando ci dicono ‘Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiate ogni letteratura di padroni’ –, di dissolvimento degli schematismi individuali, sociali e politici, indicando la via di fuga, sotterranea, sottratta all’occhio del nemico, per impedire l’affermarsi di ogni cristallizzazione dell’io, e quindi di ogni assolutismo, di ogni integralismo, di ogni totalitarismo e di ogni violenza.
Conclusioni
Tutti noi, ciascuno a suo modo, secondo il proprio stile e nella particolarità della propria vita, migriamo, transitiamo, traduciamo, ci traduciamo, così come pure tradiamo continuamente noi stessi. Ma è proprio tradendoci ogni volta che ci trasformiamo, ci liquefacciamo, in un divenire liquidi che ci addestra a nostra insaputa a fluire perennemente, assecondando l’incessante scorrere dell’esistenza.
Proprio alla luce di questa constatazione è possibile affermare che la letteratura migrante è un processo vitale.
Vorrei, in conclusione, e a supporto di questa mia affermazione, lasciare la parola a una scrittrice migrante anglo-indiana, Jhumpa Lahiri, la quale dichiara: ‘A differenza dei miei genitori, traduco non tanto per sopravvivere nel mondo intorno a me quanto per crearne e illuminarne uno che non esiste. La narrativa è la terra straniera che ho scelto, il luogo dove lotto per trasmettere e preservare ciò che è significativo. E sia che io scriva da americana o da indiana, su cose americane o indiane o di altro tipo, una cosa rimane costante: traduco, quindi sono’.